lunedì 29 settembre 2008

Davide e Golia


“Davide disse a Saul: «Nessuno si perda d'animo a causa di costui. Il tuo servo andrà a combattere con questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a batterti con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d'armi fin dalla sua giovinezza». Ma Davide disse a Saul: «Il tuo servo custodiva il gregge di suo padre e veniva talvolta un leone o un orso a portar via una pecora dal gregge. Allora lo inseguivo, lo abbattevo e strappavo la preda dalla sua bocca. Se si rivoltava contro di me, l'afferravo per le mascelle, l'abbattevo e lo uccidevo. Il tuo servo ha abbattuto il leone e l'orso. Codesto Filisteo non circonciso farà la stessa fine di quelli, perché ha insultato le schiere del Dio vivente». Davide aggiunse: «Il Signore che mi ha liberato dalle unghie del leone e dalle unghie dell'orso, mi libererà anche dalle mani di questo Filisteo». Saul rispose a Davide: «Ebbene và e il Signore sia con te». Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise in capo un elmo di bronzo e gli fece indossare la corazza. Poi Davide cinse la spada di lui sopra l'armatura, ma cercò invano di camminare, perché non aveva mai provato. Allora Davide disse a Saul: «Non posso camminare con tutto questo, perché non sono abituato». E Davide se ne liberò.
Poi prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci dal torrente e li pose nel suo sacco da pastore che gli serviva da bisaccia; prese ancora in mano la fionda e mosse verso il Filisteo.
Il Filisteo avanzava passo passo, avvicinandosi a Davide, mentre il suo scudiero lo precedeva. Il Filisteo scrutava Davide e, quando lo vide bene, ne ebbe disprezzo, perché era un ragazzo, fulvo di capelli e di bell'aspetto. Il Filisteo gridò verso Davide: «Sono io forse un cane, perché tu venga a me con un bastone?». E quel Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dei. Poi il Filisteo gridò a Davide: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche». Davide rispose al Filisteo: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l'asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d'Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell'esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele. Tutta questa moltitudine saprà che il Signore non salva per mezzo della spada o della lancia, perché il Signore è arbitro della lotta e vi metterà certo nelle nostre mani». Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo del combattimento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s'infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e uccise, benché Davide non avesse spada. Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga”
(1 Sam., 17, 32 – 51).

Giù il sipario sul festival del laicismo

Non ho partecipato al Festival del Diritto che si è tenuto a Piacenza dal 25 al 28/9 scorsi, e quindi non posso esprimermi sugli specifici contenuti di ogni singolo focus.

Penso, tuttavia, che difficilmente il Festival avrebbe potuto essere una cosa diversa da quella che si preannunciava dal suo programma, nel quale si nota, in primo luogo, la totale assenza della posizione della cultura giuridica cattolica, evitando accuratamente ogni riferimento ai relativi contenuti, compreso il diritto naturale (se non per negarlo).

A giudicare dai resoconti giornalistici, in effetti, mi pare che, per esempio, nessuno abbia potuto spiegare al numeroso pubblico intervenuto il fondamento della concezione di famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, recepita dalla nostra costituzione; né il punto di vista dei cristiani sulle questioni del fine-vita legate al testamento biologico ed alla eutanasia, emergendo, al contrario, chiare indicazioni di senso opposto.

Oltre alle quanto meno opinabili opinioni della sociologa Saraceno in tema di ‘nuove famiglie’, basti pensare alla concezione di uomo e di natura umana che il quotidiano Libertà di oggi 29/9 attribuisce a Remo Bodei: “Non c’è più l’anima immortale. Si passa dall’eterno al caduco. Ciascuno di noi è ignoto a se stesso. Non riusciamo mai ad afferrare il centro della nostra identità”, nella quale, come credente, non mi ritrovo affatto, e che non è controbilanciata da visioni della vita e dell’uomo meno material-meccanicistiche.

Se il Festival fosse stato veramente aperto a tutte le posizioni e impostazioni culturali, in primis a quella cattolica che, mi pare, in Italia non sia propriamente minoritaria, penso a cosa, sugli scottanti temi etici, ci avrebbero potuto dire personalità del calibro, per esempio, tra i tanti che si potrebbero citare, di Francesco D’Agostino, di Mons. Elio Sgreccia o Mons. Rino Fisichella, o del Prof. Adriano Pessina.

Personaggi evidentemente ritenuti troppo rappresentativi, di cui si è quindi accuratamente voluto evitare la presenza.

Il messaggio del Festival, a giudicare dai resoconti giornalistici, pare quindi essere esattamente quello che si poteva prevedere: e cioè la promozione e la diffusione tra la gente, sostanzialmente a senso unico e senza reale contraddittorio, di una cultura giuridica (ma non solo) libertaria e laicista.

Una colossale operazione di marketing ‘culturale’, finalizzata a conquistare ed, evidentemente, orientare l’opinione pubblica, confondendola prima con la promessa di un evento pluralista e partecipativo, quale la kermesse piacentina curata dal Prof. Rodotà e dall'editore Laterza non è certamente stata; ed ammaliandola poi con una macchina organizzativa degna di quello che, una volta, era per antonomasia l’unico e vero Festival.

Quello, della canzone, di Sanremo.

mercoledì 24 settembre 2008

Perché non assisterò al Festival del Diritto

Credo che, forse, non assisterò ad alcun focus dell’imminente Festival del Diritto.

Principalmente per una improvvisa e verticale caduta d’interesse, alla quale non so –né voglio- reagire, che, pur non essendo mai stato tanto convinto (il nome di Rodotà essendo vago presagio del sopravvenire di dense nubi ideologiche sull’orizzonte della manifestazione) della bontà e genuinità del prodotto che ci si voleva propinare, ho subito avvertito quando al decantato spessore culturale dell’evento si è sostituita la cruda consapevolezza di cosa il Festival, in realtà, sia: una operazione culturale non trasparente ed ideologicamente orientata contro i valori cristiani e contro la Chiesa per far rivivere i propositi e le istanze etiche progressiste della passata legislatura.

Ho la presunzione di sapere cosa certi relatori verranno a dire, e, non sentendone il dovere, non ho nessuna voglia di ascoltarli, per rivivere turbolenze e ribollimenti interiori già gratamente tramontati con la caduta del governo Prodi, né di assistere e tantomeno sostenere tanto accaniti quanto inutili dibattiti.

Su certi valori credo non si possa discutere, né da destra né da sinistra.

Per cui: chi ha voglia, vada.

E se dalla nostra polemica, sgradevole ma pur necessaria, come è stato detto, scaturisse qualche buon frutto di … ‘conversione’, ben venga anche il Festival!

Ma dalle premesse pare lecito (e ragionevole) dubitarne.

lunedì 22 settembre 2008

I primi frutti del Festival


Tratto dal sito internet del Consiglio Nazionale del Notariato (http://www.notariato.it/), sezione “attualità”, nella parte dedicata alla partecipazione del notariato al Festival del Diritto di Piacenza (tema assegnato, il testamento biologico): “L’ordinamento riconosce oggi al malato il diritto a un consenso/dissenso pienamente e compiutamente informato. Il malato è arbitro e giudice del suo status: ha il diritto di accedere ai trattamenti terapeutici e di conoscerne scopo ed esito; ha il diritto di godere dei trattamenti di sostentamento vitale e, se cosciente, ha anche il diritto di rifiutarli”.

Fin qui, tutto sostanzialmente normale.

Ma poi l’autore della scheda retoricamente si chiede: “E il malato non capace? Quali diritti ha il malato terminale e quello non capace? Il suo fine-vita ha diritto alla dignità di umano o, proprio per il suo stato, ha perso ogni diritto di autodeterminarsi?”, dove la perdita del diritto di autodeterminarsi è contrapposta, come sua negazione, alla ‘dignità di umano’.

Se è così, secondo l'autore della scheda tutti coloro che sono, per esempio, in coma o in stato vegetativo permanente (e che, quindi, per tale ragione non sono evidentemente in grado di autodeterminarsi), non hanno più, per tutta la durata di tale stato, la ‘dignità di umano’.

Ergo (l’autore non lo scrive, ma ce lo suggerisce, ce lo lascia, con delicatezza, suggestivamente capire), per conservare la ‘dignità di umano’, soccorre evidentemente il testamento biologico, con il quale i soggetti dovrebbero poter disporre anticipatamente e liberamente della loro salute e dell’eventuale rifiuto delle cure.

Preferibilmente, anche in senso e con scopo eutanasico: è forse questo che, con espressioni tanto suadenti quanto efferate nella sostanza, ci si vorrebbe far garbatamente intendere?

A giudicare da queste brevi note tratte dal suo sito internet, l'Istituzione rappresentativa del notariato pare perfettamente allineata allo spirito (laicista) del Festival.

Un evento nel quale il responsabile scientifico Stefano Rodotà, salutando la sentenza di condanna a morte di Eluana Englaro come onorevole per chi l’ha pronunciata, può affermare che il diritto ‘non può divenire uno strumento autoritario per imporre valori non condivisi’.

Aspettando una spiegazione del significato di tale, invero oscura, espressione (alquanto strana, in bocca ad un giurista), constatiamo che il Festival del Diritto ha già prodotto i suoi primi frutti.


Avvelenati.

A proposito di Festival del Diritto


Nonostante che fosse stata loro spontaneamente sollecitata e richiesta dagli stessi organizzatori negli incontri ‘partecipativi’ tenuti nei mesi di maggio e giugno scorsi, la proposta dei giuristi cattolici piacentini di inserire nel programma del Festival del Diritto un intervento sul testamento biologico, o su altri temi attinenti la vita (proprio quelli che ispirano l’evento), del loro presidente nazionale Prof. Francesco D’Agostino non è stata evidentemente apprezzata ed è stata, con pretesti, respinta.

La nostra città ha così perso una importante occasione di incontrare una personalità di assoluto spessore a livello internazionale, e di ascoltarne la voce, unanimemente apprezzata e riconosciuta come espressiva ai massimi livelli della cultura filosofico - giuridica cattolica.

Per altro verso, i meccanismi ‘partecipativi’ attivati dal Comune di Piacenza si sono rivelati, perlomeno per quanto concerne i giuristi cattolici, una farsa.

Ma, a parte il fastidio di un lavoro inutile (e dell’inutile disturbo del Prof. D’Agostino, al quale, con l’occasione, Piacenza ha presentato un biglietto da visita forse un po’ sbiadito e sgualcito), lo strano (ed invero infelice) esordio evoca inevitabilmente il dubbio di che cosa il Festival realmente sia, o voglia essere.

Dubbio, tuttavia, immediatamente fugato dalla semplice lettura del programma definitivo del festival, presentato in questi giorni a Milano e consultabile sul sito internet del Comune.

Come la direzione scientifica affidata singolarmente al Prof. Rodotà (che sui temi etici è notoriamente schierato su posizioni ‘progressiste’) faceva, infatti, nello stesso tempo temere ed intendere, l’impostazione del Festival e le tesi di fondo che ivi si intendono svolgere e sostenere, agevolmente rintracciabili nel programma, paiono ricalcarne in modo puntuale gli orientamenti.

Domande ad effetto come: “Possiamo rifiutare le cure e morire dignitosamente? Può la regola giuridica sottrarre il governo della vita ai diretti interessati, sottrarsi alla loro libera volontà?”, per come sono formulate e per la qualità degli aggettivi usati, contengono infatti in sé le risposte, emotivamente conformi alle tendenze più libertarie ed individualistiche fino al capriccio delle moderne ideologie relativistiche.

Il programma riporta evidenti echi di non lontani dibattiti sui temi etici, p. es. in tema di fecondazione assistita, di famiglia e coppie di fatto, di eutanasia, laddove si legge che “cercando di rispondere a questo interrogativo scopriamo virtù e limiti del diritto, che non può divenire uno strumento autoritario per imporre valori non condivisi. Deve mettersi umilmente a disposizione di tutti, per consentire a ciascuno di sviluppare liberamente la propria personalità, come vuole l’art. 2 della Costituzione”.

Ma, ciò che anche colpisce, in diversi passaggi del programma risuona l’atteggiamento polemico ed insofferente della cultura laicista nei confronti della Chiesa, della quale la prima a più riprese ha contestato l’ingerenza (sovviene, in proposito, la posizione del Prof. Rodotà riguardo all’invito del Santo Padre alla università la Sapienza, ritenuto ‘inopportuno’).

Nell’occhiello del titolo dell’intervento di Chiara Saraceno previsto per venerdì 26/9 sul tema “le nuove famiglie”, dopo aver arbitrariamente dato per scontata la ormai acquisita pluralità dei modelli famigliari, si afferma, infatti, che ciò sarebbe avvenuto “non perché si è ampliata la conoscenza della ‘natura’, ma perché più soggetti sono entrati nella negoziazione di ciò che fa una famiglia, riducendo il potere dello Stato e delle Chiese”, dove il plurale “chiese” non riesce (né, forse, più di tanto vuole) camuffare il riferimento all’insegnamento della Chiesa Cattolica in tema di matrimonio e di famiglia e la censura di oscurantismo ed arretratezza che l’ideologia laicista, in proposito, le muove.

Giovedì 25, è prevista la proiezione “Le nuove famiglie: un cammino interrotto”, viaggio (che si profila nostalgico…), nella vicenda dei DICO a cura de L’A.T.OMO., cioè la Libera Associazione Tematiche Omosessuali di Piacenza che, scopriamo con sorpresa, ha potuto trovare (con altre associazioni locali) nel Festival quello spazio che è stato negato ai giuristi cattolici ed al Prof. D’Agostino, nonostante che quello stesso tema fosse già trattato da altri.

Tanta attenzione alle ‘nuove famiglie’, quindi, ma nessun intervento che riguardi la famiglia in senso tradizionale, quella tramandataci dalla tradizione cristiana, l’unica riconosciuta e regolata dalla Costituzione, in difesa ed a riguardo della quale nel programma del Festival non si spende neppure una parola.

Significativa, infine, è la concezione di uomo e di natura umana che si profila come oggetto e tema dell’intervento conclusivo del festival, affidato a Remo Bodei, “La costruzione dell’identità”.

In esso si afferma che l’identità individuale si costruisce su basi naturali e storiche, “verso un futuro ignoto … sullo sfondo della dimensione collettiva (da cui si riceve e a cui si dona senso) e nell’intreccio, spesso conflittuale, con sistemi di regole che siamo chiamati a condividere”.

Nonostante la presenza, tra gli organizzatori, della Università Cattolica e l’invocato aiuto (nella presentazione del Prof. Rodotà) anche dei teologi, non si trova nel programma neppure un accenno a Dio ed al Trascendente ed ai suoi riflessi sulle relazioni sociali, al diritto naturale, né, in tale prospettiva, al bene comune, in una concezione materialistica della vita e della dimensione umana che rispecchia fedelmente i dogmi e gli assiomi dell’odierno laicismo, di cui pare costituire il manifesto.

Questi il prologo ed il programma del festival, che, onestamente, dietro la parvenza di un confronto, assomiglia di più ad una operazione pubblicitaria e di promozione, sul piano culturale e giuridico, dei valori di una cultura libertaria e dei diritti individuali che, usando un termine corrente, possiamo definire ‘progressista’, contraria alla morale cristiana ed all’insegnamento della Chiesa sui valori non negoziabili (p. es. vita, famiglia, sessualità).

Il tutto, purtroppo, grazie alla deleteria complicità, a livello politico, di certo cattolicesimo ‘adulto’, che ci costringe a subire iniziative legislative, di cui non di rado è anche convinto fautore, per il riconoscimento delle coppie di fatto anche omosessuali; di favore al testamento biologico (la cui trattazione è delegata, nell’ambito del festival, al Consiglio Nazionale del Notariato, quasi che il problema fosse non in primo luogo morale ma solo di tecnica giuridica) in senso eutanasico; di riconoscimento della moltiplicazione dei generi e della libera scelta individuale della identità sessuale a prescindere dal dato naturale; dell’ammissibilità del ricorso libero alla fecondazione assistita e del diritto assoluto al figlio, ed al figlio sano; dove, come ha fatto il Prof. Rodotà, si accoglie la sentenza della Corte di Cassazione che autorizza l’uccisione di Eluana Englaro come la migliore possibile ed onorevole per la magistratura che l’ha pronunciata, e via discorrendo.

Dalle premesse, l’operazione culturale del Festival appare, quindi, non trasparente, pregna di messaggi più o meno nascosti, pilotati con cura ed in senso unidirezionale.

Per certi aspetti, sembra di assistere a certe trasmissioni televisive di parte, costruite ad arte, dove una parte degli invitati gioca, con linguaggio calcistico, fuori casa ed in un campo denso di trabocchetti e tranelli.

Come pare avvenire per i cattolici (quelli veri, non ‘adulti’) al Festival del Diritto.

Di questo crediamo sia bene essere avvisati, perché chi lo voglia possa partecipare all’evento con adeguato spirito critico.

domenica 15 giugno 2008

La ricetta delle trenette alle vongole veraci


Perdonatemi.

Ma voglio uscire con un pezzo auto-elogiativo in tema culinario, e confidarvi la mia ricetta delle trenette alle vongole veraci.

C’era un film dove la protagonista era una cuoca che, aiutata da un granchio-mago nascosto in un cesto tra le cose di cucina, confezionava piatti che gli ospiti ed avventori dei vari conviti gustavano commuovendosi fino alle lacrime in uno struggente incantesimo gastronomico nel quale o si innamoravano perdutamente o si riconciliavano e comunque si sentivano più buoni o davvero lo diventavano, pentendosi del male fatto e chiedendo perdono.
Quando cucino il pesce, mi pare succeda una cosa del genere. A me, perlomeno. Come mettere un piede in Paradiso.
E’ in questo senso che il pezzo è auto-elogiativo.

Ma andiamo con ordine.
Per prima cosa occorre avere un buon pescivendolo che vi dia vongole fresche e gustose oltre che, naturalmente, veraci.
Quelle che prendo io sono allevate in mare, se non ricordo male, vicino a Ravenna.
Per fare un piatto ricco ne occorrono circa tre etti a persona.
Le vongole vanno messe a spurgare per almeno due e non oltre le quattro ore, secondo le istruzioni di Simone (il mio fornitore di pesce), in poca acqua e coperte di sale grosso, che poi loro prendono quello che gli serve (sempre secondo Simone), oppure in abbondante acqua dove è stato preventivamente sciolta una consistente dose di sale (secondo la mia prassi forse un po’ grossolana, ma, mi pare, finora efficace e, comunque, consolidata).
Bisogna, poi, che, mentre spurgano, le vongole non stiano troppo strette.
In effetti anche noi quando andiamo in bagno abbiamo necessità ed apprezziamo molto una certa libertà, che ci rende ogni cosa più facile e gradita.
Compreso, magari, leggere qualche pagina dell’ultima rivista di scacchi o di apologetica.
Così le nostre vongole, anche se non è proprio vera acqua di mare –ché la differenza si sente- devono comunque sentirsi a loro agio e sufficientemente comode per tirar fuori le linguette a ventosa.
Io le piazzo in una grossa pignatta con su il coperchio e ogni tanto do un’occhiata per vedere cosa fanno.
E loro, dopo un po’, quando sono sicure che non c’è nessuno e che non corrono pericoli, sono lì con quelle cose molliccie fuori, ché, infatti, si chiamano anche molluschi ed a qualcuno potrebbero anche fare un po’ schifo, che fanno a loro agio le loro cose.
Non capisco se aspirano o buttano fuori, ma mi pare che faccia loro un gran piacere.
Come l’ultima sigaretta del condannato a morte.
Perché dopo l’acquisto e lo spurgo, inizia la fase tre.
Tragica, per le vongole.

Una cosa che apprezzo e ammiro molto in mia moglie è il senso della proporzione e della misura, anche se spesso ci porta a litigare perché al momento di mettere la pastasciutta in piatto si scopre che mio figlio Giacomo ha fame e ne vuole un po’ di più e così mia figlia Francesca e allora la mamma quasi non ne ha ed anche il mio piatto viene drasticamente decurtato.
Non parliamo di fare il bis.
L’ammirazione per il senso della misura di mia moglie mi viene regolarmente in mente quando pulisco e tagliuzzo l’aglio da unire al filo d’olio extra vergine d’oliva a bassa acidità e di prima premitura a freddo che, in una pentola professionale bassa di alluminio, costituisce il primo (e, a dire, tristemente, il vero, anche ultimo) letto in cui le nostre condannate a morte saranno distese con buon gioco fra di loro, così che non ne sia impedito l’arrendevole movimento di apertura delle valve che ne attesterà la fine.
Ne metto, infatti, di aglio, a macca, nel senso di un’esagerazione.
L’ideale, penso, sarebbero due o tre spicchi tagliati a pezzettini non troppo piccoli, in duo o in tre, diciamo, per poter essere in seguito agevolmente rimossi con la forchetta.
Beh, proseguendo oltre, verso le vongole (che, bruscamente prelevate dall’ammollo in cui si beavano e sottoposte al robusto getto d’acqua del rubinetto, hanno pensato bene, nel frattempo, di richiudersi) nella padella, sul filo d’olio con gli spicchi d’aglio, metto il coperchio e accendo la fiamma a fuoco moderato.
Punto il timer a dieci minuti, stappo il vino bianco delle colline di Vigolo Marchese (un Monterosso sincero, frizzante e leggero) e comincio a preparare quale altro pezzetto d’aglio, in crudele attesa che il destino dei malcapitati molluschi si compia, nel ristretto orizzonte della pur ampia padella professionale, spietatamente chiuso da un coperchio metallico (sempre alluminio professionale) senz’anima né compassione.

Qualche crepitio tradisce sommovimenti in atto nell’ormai nebuloso e surriscaldato spazio padellare.
Sollevo leggermente il coperchio e scorgo le prime valve generosamente aperte esibire, ormai indifesi, i loro tesori.
Richiudo. Aspetto il trillo del timer, che puntualmente arriva. Riapro.
E’ uno spettacolo vedere a distesa tante valve tutte uguali generosamente aperte come ali di farfalla bianche opalescenti e sulle stesse adagiati come fave sbiadite piccoli corpicini teneri e chiaro-giallognoli, ormai cadaverini per la –ahimé- ingenerosa delizia di palati fini e sepolcrali.

Un’altra generosa manciata di aglio a pezzi.
Ancora olio extra vergine (direi di non spilorciare) e un’abbondante spruzzata di vino bianco. Mezzo bicchiere comodo, direi.
Facoltativo: uno spicchietto di limone (uno solo e piccolo che sennò il tutto diventa amarognolo).
Ripunto il timer: altri dieci minuti, col coperchio appoggiato sul mestolo di legno di traverso al diametro della padella.
Ogni tanto rimesto, con soddisfazione e sovrapproduzione salivare: i gusci tintinnano argentini.

Altro trillo. Spengo il fuoco. Chiudo la padella con il coperchio.

Butto le trenette recuperate fortunosamente dalla signora Tagliaferri, ché all’ultimo momento ci siamo accorti di essere senza spaghetti, sennò la ricetta era: ‘spaghetti alle vongole veraci’, ma la signora Tagliaferri ci ha dato le trenette 112 della Voiello.

Guardo la confezione e punto il timer: cottura 8 minuti.

Intanto sguscio un po’ di vongole ed altre (non poche) le lascio per guarnire.

Raccolgo con la forchetta tutti i pezzi d’aglio che trovo, e li tolgo.

Il timer trilla. Assaggio: è ancora un po’ troppo al dente. Ancora un minuto. Scolo senza scuotere via troppo l’acqua di cottura.

Verso la pasta nella padella con le vongole, sotto la quale ho nel frattempo riacceso la fiamma, che ora ravvivo. Faccio saltare le trenette in padella ed asciugare un poco il sugo, ma non troppo.

Trito il prezzemolo fresco e lavato. Spruzzo il peperoncino in polvere (chi vuole faccia altrettanto, ma è buono anche senza. Mia moglie e i miei figli li vogliono senza).

Attenzione che sul fondo potrebbe rimanere qualche granello di sabbia. Se travasate il sugo dalla padella lo vedete sul fondo, e ve lo lasciate. Io non filtro mai niente. Qualche granello di sabbia mi è capitato di averlo tra i denti e di mandarlo giù, sopravvivendovi.

In piatto con le pinze da spaghetti.

In altre parole: far spurgare le vongole; versare in padella un filo d’olio con qualche spicchio d’aglio; mettere le vongole a fuoco moderato coperte finché non si aprono; aggiungere qualche spicchio d’aglio con olio e vino bianco; far cuocere a fuoco moderato ancora qualche minuto; nel frattempo lessare le trenette al dente; scolare e far saltare in padella a fiamma vivace; servire con prezzemolo tritato fresco e peperoncino a piacere.

Il resto me lo racconterete voi: buon appetito.

lunedì 2 giugno 2008

Trent'anni di legge 194 sull’aborto

Trent'anni or sono, in un momento buio della storia italiana, appena dieci giorni dopo l'assassinio di Aldo Moro, con il governo di solidarietà nazionale, presieduto da Giulio Andreotti, assediato da molteplici gravi emergenze, veniva approvata la legge 194, sull'aborto.L'opinione comune, inculcata da anni di malainformazione giornalistica ed istituzionale, era che la nuova legge, oltrecché espressione di un diritto delle donne, era anche necessaria per combattere l'aborto clandestino, di cui si fornivano cifre astronomiche, senza alcuna seria e plausibile giustificazione.
Che si trattasse di frottole parve inoppugnabile dal numero di aborti che si registrarono a partire dalla entrata in vigore della legge, di cui anzi è ragionevole presumere l'aumento rispetto al passato, stante l'effetto propulsivo che la legalizzazione di determinate condotte ha, di norma, sui comportamenti sociali.
Da allora, il fatto forse più grave, assieme allo sterminio di 5 milioni circa di bambini, è l'inculturazione nella società dell'aborto come diritto della donna e la progressiva aura di silenzio ed indifferenza morale da cui l'argomento è stato avvolto.
A distanza di trent'anni, sull'onda della moratoria che tanto ha tenuto banco nel recente dibattito civile e politico, crediamo legittima ed opportuna una riflessione, in primo luogo sulla identità del concepito, nel quale, in modo particolare dopo il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione assistita, si riconosce sempre più, fin dal momento del concepimento, un essere umano portatore di un proprio forte ed autonomo diritto alla vita.
Ciò mette in ancor maggiore evidenza le contraddizioni di una legge, la 194, che alla vita umana nascente, in particolare nelle sue prime settimane, accorda scarsa attenzione e rilievo, sacrificandola a scelte materne spesso superficiali, non veramente libere né adeguatamente informate, e soprattutto non sostenute dal calore di quella autentica solidarietà che in tanti anni di attività hanno potuto esprimere i volontari dei centri di aiuto alla vita, che alla prova dei fatti si è dimostrata essere l'arma vincente sulla cultura di morte, derivata dagli eccessi violenti della ideologia femminista, di cui per anni la nostra società si è imbevuta.
Le prime a farne le spese sono state proprio le donne. Anzi: le madri, private dei loro figli di cui hanno disconosciuto il volto e, con dolore spesso inconsolabile e segreto, ora conservano lo struggente rimpianto.
Come ha recentemente affermato il Santo Padre, la legge 194 non ha risolto i problemi delle donne, ma ne ha creati altri, probabilmente più gravi.
Al di là di facili proclami, è, quindi, forse giunto il momento di mettersi, come si suol dire, una mano sulla coscienza, e, seriamente, di ripensarci.