sabato 2 aprile 2011

Gratitudine a Dio


... Devo dire che se, per qualche misterioso prodigio, dovessi ora avere (ancora) una figlia, la chiamerei Fiala di Stibio ...

giovedì 10 marzo 2011

Secondo pensierino: ... a proposito di sottomissione (sempre a proposito di Sposati e sii sottomessa di Costanza Miriano).


… però occorre dire che la sottomissione è atteggiamento che contraddistingue non solo la donna nella matrimonio, ma, in generale, ogni cristiano, maschio o femmina che sia.
La sottomissione è reciproca, il fondamento ultimo ne è l’obbedienza a Dio.
Il cristiano promuove e valorizza l’altro e sta alla sua volontà a prescindere, perché sa che nei fatti e nell’altro, se a Lui ci si affida, opera la Grazia di Dio.
Non solo la donna, come moglie, è chiamata alla sottomissione, ma anche il marito, quando dà la vita per la moglie.
Che, concretamente, vuol dire che ne accetta le richieste, il modo di essere e di pensare, normalmente diametralmente opposto al suo, le aspirazioni, le volontà che essa esprime.
Il collante nel matrimonio è l’amore, che richiede prima di tutto la logica del dono di sé, più che di autoaffermazione personale (che pure, nel dono, si realizza in pienezza), di appartenenza possessiva, di dominio e di soggezione.
Anche se siamo tutti un po’ egoisti 8io molto), il dono di sé preferisce a sé l’altro, sia esso maschio o femmina.
Come dice, così bene, Costanza, lo promuove, lo valorizza.
Allora il problema è quello dei ruoli, se cioè si riconosca che più che di obbedienza in senso militare e gerarchico di una all’altro, o viceversa, si tratta di vedere se ciascuno sia, o meno, disposto a riconoscere all’altro un suo peculiare ruolo, come la dimensione corporea, prima di ogni altra, insegna con immediata evidenza: la donna matrice della vita, l’uomo un po’ selvaggio e cacciatore, le straordinarie ma diverse ricchezze di due spiriti fatti per comporre, insieme, un’unica carne.
Gli sposi che si amano in questa logica del dono, che parte prima di tutto da Dio, pur tirandosi magari, quando occorre, i piatti, si chiedono poi perdono, e gareggiano nello stimarsi e valorizzarsi a vicenda.
Sono disposti a morire ciascuno per l’altro, come Cristo per i peccatori.
Nella nostra società questo inestimabile valore dei ruoli, legati alla sessualità, nel matrimonio e nella famiglia, un po’ resiste ancora, come humus, alle ferree logiche femministe – relativiste, ed è per questo che qualche donna … ‘comunista’, come si legge anche in questo blog, può dichiararsi felicemente sottomessa al marito.
Ma non bisogna dimenticare che questa concezione di matrimonio e famiglia (che le varie ideologie vogliono soffocare …) viene dal giudaismo ed è retaggio, soprattutto, del cristianesimo.
Senza l’esperienza dell’amore di Dio è difficile, forse impossibile, da capire.
Forse è questo che Costanza ci ha voluto dire.
E, comunque, lei ci presenta un modello pratico di vita matrimoniale e cristiana che ciascuno, nella sua libertà, è libero di contestare.
Salvo poi vedere, all’atto pratico, di quale luce brilleranno i suoi occhi …

domenica 6 marzo 2011

Primo pensierino ...

Al solitario navigatore web che dovesse imbattersi in questo piccolo e modesto blog vorrei segnalare il recente libro di Costanza Miriano ‘Sposati e sii sottomessa’, edito per i tipi della Vallecchi (affrettarsi, mi pare sia già difficile da trovare!...).
Un testo fresco e divertente che affronta in modo decisamente anticonformista, rispetto alle ormai pedantissime ed omologate tendenze attuali di ogni discorso sulla donna, temi che certo femminismo ci aveva fatto disperare che potessero essere più trattati, come invece meravigliosamente succede per Costanza, in modo così allegro e spigliato (e, soprattutto, ortodosso) da una donna fiera e felice delle prerogative del suo stato, senza essere in costante e rabbiosa rotta di collisione con l’archetipo del maschio tiranno e prevaricatore e le sue arcigne ipostasi (figura retorica, per l’appunto, che indica la concretizzazione e personificazione, p. es, nei mariti o conviventi di turno, di un concetto astratto).
Un libro senz’altro da leggere, e una bella testimonianza di fede.
Chi volesse, può vedere Costanza dalla Bignardi su La7, comparizione di cui la nostra, nella sua modestia, non cessa, cara!..., ma erroneamente, di dolersi, o interagire con lei sul suo grazioso blog.

... problemi di stile ...


Dopo tanto tempo, ho rivisitato le pagine di questo mio bloggherello.
Ho riletto i miei posts, e mi sono improvvisamente perso nelle anse involute e contorte di periodi interminabili, pieni di incisi, coordinate, subordinate, parentesi, distinguo, divagazioni …
Eppure fin dai tempi ormai remoti dell’apprendimento scolastico sapevo che, per facilitare la lettura e la comprensione, i periodi devono essere il più possibile semplici e brevi.
Andando a rivedere qualche testo di grammatica, mi ha impressionato la quantità di proposizioni coordinate e subordinate che un periodo può teoricamente contenere.
Ma ancor di più la quantità di quelle che io sono riuscito concretamente ad inserire tra punto e punto.
Se potessi, infatti, io di un periodo farei un sol libro, infarcendolo di incisi e divagazioni tali da esaurire lo scibile ed il dicibile sul tema trattato nella proposizione principale.
In stile, quanto a lunghezza, stream of consciousness di Joyciana memoria, tanto per intenderci.
Penso che questo atteggiamento sia un residuo del complesso della ‘tessera del pane’ da cui penso di essere (stato?) afflitto.
Da quell’ingordigia, cioè, che nasce dal contingentamento dei beni alimentari del periodo bellico, per cui uno cerca di arraffarne quanto più può, anche oltre il bisogno, per saziare la sensazione mentale di restarne senza.
Di quella tragica vicenda ho avuto esperienza viva e quasi tattile nei ricordi e racconti di mia madre, del maestro delle elementari, dei miei nonni.
Così, in ogni ambito della mia vita privata e lavorativa, tendo ad ingolfarmi di troppe cose, pensieri, attività, interessi, impegni, attese, aspettative, coordinate e subordinate, per cui sono sempre in ritardo e soffro di ansie e tensioni che mi tengono la mente costantemente impegnata a misurare tempi e risorse disponibili per evitare lo sforamento.
Bisogna, quindi, porre rimedio, e cominciare dalla cosa più semplice.
Cioè, accorciare i periodi.
Per proseguire, magari, con qualcosa anche del resto.

domenica 20 giugno 2010

Circenses


Stracciarsi le vesti in pubblico è gesto sospetto ed evoca figure farisaiche ed evangelici tradimenti.
Ciò pare maggiormente vero quando chi invoca l’intercettazione libera e globale ha appena dismesso, per poi riprenderli, opportunisticamente, all’occorrenza, i panni dell’ipergarantista del diritto alla riservatezza della sfera individuale.
Su Il Foglio del 12/6 scorso Marina Valensise racconta che la completa soggezione e obbligatoria trasparenza della persona ai pubblici poteri fu vinta per la prima volta, nel senso che oggi diamo alla riservatezza ed al privato, guarda caso, dal cristianesimo.
La corrispondenza ed ogni altra forma di comunicazione, dice la Costituzione repubblicana, sono inviolabili, e limitabili solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie previste dalla legge.
Ma che giustizia è quella delle selvagge investigazioni origliate, non tanto quanto ai casi investigabili con intercettazioni, che nel recente ddl sono sempre gli stessi, più lo stalking, ma pretesamente, di fatto, senza stringenti limiti, quanto alle forme ed alle garanzie?
I nuovi limiti proposti sono perfettibili, certamente, ma alla sola lettura le nuove norme paiono sane e liberatorie nei propositi, forti dell'esperienza delle aberrazioni che vogliono combattere.
E che diritto di cronaca può pretendere di legittimare la gogna indiscriminata sia pure nella forma mediatica, magari di terzi estranei alle indagini ed al reato per il quale si indaga?
Più che il diritto di cronaca e di informazione, pare il dominio del mercato degli scoop, come quello degli alcolici ai minori, che bevano pure, noi li riaccompagnamo a casa.
L’art. 114 del codice di procedura penale, tante volte impunemente disapplicato per l’indolenza e forse la complicità di ignoti topi delle Procure, così come formulato fin dalla riforma dell’'88, già oggi vieta la pubblicazione degli atti di indagine, ancorché non più coperti da segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari o della udienza preliminare.
Anzi se si va al dibattimento per quelli contenuti nel fascicolo del pubblico ministero ci deve essere stata la sentenza in grado di appello.
Il divieto è presidiato da ben due ipotesi criminose, un delitto, l’art. 326 codice penale, per la rivelazione del segreto, ed una contravvenzione, l’art. 684 codice penale, per la pubblicazione.
I quotidiani spesso grondano il sangue dei linciaggi che consumano.
Si può asserire che ogni desiderio è diritto ed anche la curiosità morbosa vada quindi soddisfatta.
La nostra società offre innumerevoli esempi di una tale infantile ed irragionevole pretesa, che a partire dagli slogan sessantottini è tristemente divenuta dogma, a spese di tanti innocenti.
Ma almeno non nascondiamo che a volerlo è il bieco business della informazione o la nostra insaziabile e proterva sete di massacri mediatici, come per gli antichi lo fu del sangue dei gladiatori o dei martiri, nei moderni ed asettici circhi che sono i circuiti mediatici.
Non è progresso ma brutale regresso alla scomposta ed indifferente ferocia preistorica; barbara neo-civiltà del sole, non mai sazia di sufficientemente scabrosi sacrifici umani.

domenica 11 gennaio 2009

Lettera ad Annalena Benini


Cara Annalena,

i suoi articoli su Rachida Dati (Il Foglio 9 e 10/1/09) sembrano una cavalcata delle Valchirie, una bora gelida e impetuosa che, con botti e fragore di vetri infranti, irrompe in ogni stanza spalancando finestre, sbattendo porte e sconvolgendo ogni cosa.

A parte l’ammirazione per il suo talento giornalistico, mi chiedo, però, che senso abbia, oggi, una tale, orgogliosa, revanche in stile e piglio post femminista.

Buttarla sulla competizione uomo – donna pare, infatti, cosa un tantino stantìa e, alla lunga, anche autolesionista.

Ferma la libertà di ciascuno, uomo o donna che sia, di decidere del proprio futuro e della propria vita, siamo proprio sicuri che nel cuore di ogni donna il carrierismo ed il lavoro a tutti i costi prevalgano sulla vocazione alla famiglia, alla maternità ed al lavoro domestico, come paiono significare i vuoti vacanti di agognate ed improbabili quote rosa?

E una donna che prende il posto che una volta era dell’uomo non rischia di generare, in famiglia, un mostro a due teste?

Credo che ogni donna dovrebbe permettere all’uomo di assolvere al ruolo che la natura gli assegna e, in un certo senso, dovrebbe pretenderlo.

Ma, forse, il problema è proprio che, come latitano i padri, così non ci sono più uomini.

Per quanto tempestoso, il vento, infatti, prima o poi si acquieta e le stanze restano lì, fredde, vuote e sconvolte.

Per uomini e donne viene quindi la sera.

Ci si guarda indietro e ci si chiede: perché?

Con stima.

La paura della società post-moderna: di essere solidale


Se, uscendo di casa, mi imbattessi nel mio vicino nell’atto di togliersi la vita, credo che farei di tutto per impedirglielo, anche con la forza, presumo, ed anche se, in quel momento, avessi la perfetta consapevolezza di andare contro la attuale volontà del tentato suicida.

Compirei, quindi, una violenza per la quale mi chiedo se io sarei meritevole di pena.

Se, da medico, mi trovassi invece nella necessità di eseguire trasfusioni di sangue ad un paziente che, avendone vitale ed urgente necessità, tuttavia le rifiutasse per le proprie convinzioni religiose, sarei, del pari, punibile se, nonostante il dissenso del paziente, magari espresso in chiare ed inequivoche dichiarazioni anticipate di trattamento (cioè nel suo, cosiddetto, “testamento biologico”), procedessi ugualmente in scienza e coscienza all’esecuzione della terapia, salvandogli così la vita?

Ciascuno può dare la sua risposta, confrontandola poi con quella del nostro ordinamento giuridico.

Che alla prima domanda dovrebbe, verosimilmente, rispondere di no, che per i reati a cui potrebbe corrispondere la mia condotta non sono punibile, avendo agito in stato di necessità e, in parole povere, per salvare la vita del mio vicino.

Alla seconda domanda è invece la Corte di Cassazione ad avere, di recente, risposto no, invero arrampicandosi un po’ sui vetri.

I giudici della Suprema Corte, infatti, hanno argomentato la loro decisione sulla base di una non attualità del dissenso del testimone di Geova (tale era, infatti, il paziente in questione), espresso quando non vi era alcun pericolo di vita, sicché, secondo i giudici, doveva presumersi che il malato avrebbe cambiato opinione e prestato il consenso se fosse stato realmente consapevole del rischio del sacrificio della vita che effettivamente correva.

Una finzione, quindi, un espediente dialettico (come quello, di segno opposto, utilizzato dai giudici del caso Englaro) per aggirare l’intricato nodo del consenso informato e della vincolatività, per il medico, delle dichiarazione anticipate di trattamento, sulle quali l’asse trasversale laicista - radicale, sfruttando la dolorosa vicenda degli Englaro, dopo il caso Welby, ha di recente sollevato un nuovo polverone.

Anche se l’ideologia radical - laicista non guarda per il sottile ed ha fretta di introdurre nel nostro ordinamento l’eutanasia, bisognerebbe però avere il coraggio di riaffermare il valore in sé della vita umana, che giustifica gli interventi volti a salvaguardarla nell’esercizio della attività medico – chirurgica, in presenza di un dissenso del paziente non attuale e non coscientemente elaborato, nella attualità di una patologia; nell’ambito del rapporto medico – paziente e dell’alleanza terapeutica tra loro fiduciariamente stretta, fermo il diritto del malato di rifiutare le cure, dopo aver fatto tutto ciò che, dall’intreccio solidaristico tra la disponibilità, colma di umanità, del medico a curare, e quella del paziente a lasciarsi curare, escluso ogni accanimento, era risultato ragionevole, proporzionato e possibile per la terapia.

Il medico non può essere vincolato da eventuali dichiarazioni anticipate di trattamento, men che meno quando sia in gioco la vita di un malato al momento incapace di intendere e di volere, ed a decidere sia un soggetto diverso, sia pure in precedenza da lui designato.

La stessa Convenzione di Oviedo (Convenzione sui Diritti dell'Uomo e la biomedicina del 4 Aprile 1997) e l’attuale Codice di Deontologia Medica, in proposito, affermano che di eventuali dichiarazioni anticipate di trattamento il medico dovrà, semplicemente, “tenere conto”.

Colpisce, in questa nostra progredita società post-moderna, la straordinaria debolezza ed arrendevolezza di fronte alla morte ed alla sofferenza, il cui peso soprattutto psicologico (dietro il paravento, spesso labile, del consenso informato e del testamento biologico) si rischia di caricare integralmente sulle spalle dell’unico soggetto che, invece, dovrebbe esserne alleviato: il malato, privato, così, di ciò di cui più necessita: una vera solidarietà.

Più che di tanta ideologia e di tanto scientismo, è di questa, forse, che avremmo bisogno, come dimostrano le suore di Lecco che con sommessa discrezione in tutti questi anni hanno accudito Eluana Englaro.

Nei concreti rapporti umani la solidarietà, valore ritenuto fondante dalla Costituzione (art. 2), non è formalistica e, talora, neppure umanamente rispettosa né democratica.

Solo, si preoccupa gratuitamente del bene e delle sofferenze altrui, e vi partecipa.

La solidarietà, che accetta la malattia e la morte ma è sempre per la vita, è, infatti, una espressione dell’Amore.